Dedali e labirinti: il bisogno d’orientamento quando ci si smarrisce nella vita Parte I

Dedali e labirinti: il bisogno d’orientamento quando ci si smarrisce nella vita Parte I

Gabriella Cinà

18 04 2016 | di Gabriella Cinà

Possiamo nascere in qualsiasi condizione sociale con qualsiasi aspetto fisico, ma l’unica cosa importante nella strutturazione di se stessi, è la capacità di superare le “prove mitiche” – Carotenuto

Se si cerca il significato di orientamento, ciò che emergerà con più frequenza sarà che, orientarsi significa imparare a muoversi in una situazione complessa applicando una metodologia di lavoro che comprende: la ricerca delle informazioni necessarie a formulare una diagnosi e a prefigurare possibili alternative, la pianificazione dell’azione e la verifica dell’intero processo. La difficoltà a far riferimento a concetti che non si riferiscano a un orientamento soltanto legato ad un investimento professionale, conduce a una domanda. Si può orientare qualcuno verso qualcosa senza prima orientare noi stessi? Orientare ed orientarsi poi, non significano forse cercare qualcosa con un metodo? Cosa cerchiamo nel momento in cui dobbiamo orientare i pensieri verso il senso profondo che sentiamo nascere dentro di noi? Orientare qualcuno, significa accompagnarlo nel suo percorso, offrendogli occasioni e strumenti per attivare un processo di auto-valutazione delle proprie risorse, per cercare le informazioni necessarie a prefigurare possibili alternative future, per rielaborare personalmente le conoscenze, e formulare le proprie scelte avendo chiare le competenze. Cos’è un’informazione.? Etimologicamente informazione contiene una qualità costruttiva, è un’azione che dà forma, che trasforma, “in-formazione” e “inform-azione”. L’informazione non è un puro dato, ma “una scelta, una relazione, una connessione che implica un punto di vista. E’ sempre inserita in un flusso operativo, dove accade all’interno di un orizzonte definito, dove c’è un osservatore dotato di scopi e di storia, che interpreta ciò che accade all’interno di un orizzonte definito, concreto, presente”. In quest’accezione allora, in un gruppo ognuno è testimone e scrittore di una storia individuale e comune, limite e confine dell’Altro, bussola che nelle situazioni complesse trova nei riferimenti offerti dalla relazione i punti cardinali verso cui dirigere la propria azione, il proprio pensiero. Cercare insieme significa affiancare qualcuno che sente di essersi momentaneamente smarrito, far affiorare in lui il bisogno sottostante per disegnare davvero la mappa del territorio da esplorare. La storia di Anna. Anna è arrivata così, cercava ma non sapeva cosa o come, occhi tristi e aspetto curato fino al più piccolo dettaglio, sorriso inespressivo e modi educati quasi “reverenziali”. Vuole lavorare ma non può più pensarsi come la donna di un tempo quando si era convinta che lasciare i suoi sogni e i suoi studi erano le uniche cosa da fare. Cerca, guardandosi attorno non sa bene dove sedersi, cosa chiedere, riesce solo a ripetere “scusa” per tutto. Cerca, quando parlando del suo lavoro saltuario prova a vestire la sua insoddisfazione da limite oggettivo, come un manichino senza braccia su cui è esposto un vestito da sera. Cerca, quando dall’apparente assenza di competenze pratiche, scopre attraverso i rimandi del terapeuta che forse non è così inutile come crede e cerca ancora quando, si dice che per trovare un lavoro deve prima lottare con gli ostacoli che lei stessa ha costruito dentro sé. Attraverserà momenti di scoraggiamento assoluto, di confronto con la dura realtà del ritorno in una casa in cui l’effimero copre una sostanza carente, fatta di bugie, di tradimenti, di sottili violenze psicologiche e non, di debiti, di malinconia. Cerca, trova un altro orientamento, coglie un’inform-azione e finalmente la prigionia dell’essere madre, moglie e non più donna si trasforma in un’azione costruttiva, nella possibilità di ricominciare, si iscrive ad un corso di formazione professionale e ricomincia. Il percorso di ogni esistenza è accidentato, complesso ma è ancora e sempre quel bambino che, dentro di noi, pone domande, desidera, e cresce che ha bisogno di essere orientato. Ciò vale per chiunque si trovi in difficoltà, soprattutto vale in un gruppo che impara a conoscersi. “Non è come dici tu, non è come fai tu. Non capisco perché non ascolti ciò che gli altri ti dicono”. Irritazione, sconforto, perplessità, timore, difficoltà ad affidarsi. La scommessa ed il pericolo vestiti da certezze presunte fanno capolino a lungo in un gruppo, in pericolo c’è qualcosa legata al giudizio in un contesto in cui la fragilità non può essere vista solo come una componente individuale, ma di tutti i componenti che di questa fragilità devono fare la loro forza. Un bambino affronta il bisogno di riconoscimento, la gelosia, la sensazione di non valere, il non aver ricevuto aiuto quando era necessario…Ritrovare quel bambino, le sue richieste, i suoi bisogni è importante per farlo/farci sentire a casa, dargli fiducia, maturati dall’esperienza e consapevolezza di se stessi. Ritrovare richiama il perdere e l’angoscia che spesso si prova quando ci si smarrisce, quando si pensa a cosa può significare perdere la propria identità, non ricordare più cosa significa guardarsi allo specchio e scorgere qualcosa che sembra bello, riconoscersi. Non essere più consapevoli di chi si è e di cosa si vuole alla luce del bisogno/obbligo di assecondare poiché non si è degni di attenzione o considerazione. E’ come dormire e nell’addormentarsi o nello svegliarsi sentirsi come anestetizzati, disorientati, non capire in che realtà si stia vivendo, essere a metà fra un incubo e la vita vera. Sopra, sotto, dentro, fuori, davanti, ai lati, qual è il giusto sistema di riferimento? Quale senso ha non sapere dove andare? Dove trovare un posto in cui poter appoggiare per un po’ l’enorme valigia che ci portiamo dietro?