Dedali e labirinti: il bisogno d’orientamento quando ci si  smarrisce nella vita  Parte II

Dedali e labirinti: il bisogno d’orientamento quando ci si smarrisce nella vita Parte II

Gabriella Cinà

18 04 2016 | di Gabriella Cinà

Ippolito diceva che

Il mondo è un labirinto dove l’anima deve errare fino alla sua liberazione e di nuovo orientarsi e cercare sono i punti centrali della riflessione.

Cos’è realmente un labirinto? Labor intus, significa “lavoro interiore”, da questo punto di vista, il labirinto è la via interiore che bisogna trovare e percorrere fino alla fine. In un labirinto il cammino termina al centro a differenza del dedalo in cui la rete di tortuosità apparentemente senza scopo ha innumerevoli itinerari praticabili, i bivi insidiosi e le vie senza uscita non consentono una chiara visione del percorso, ci si smarrisce facilmente. Diviene essenziale aver chiaro un fine per non rischiare troppo. Le esperienze molto spesso nel mondo esterno sono dedali in cui ci si perde e per trovare la giusta via abbiamo bisogno di superare l’angoscia del non trovare più la mano di qualcuno che ci guidi, oltre a quella del non sentirsi capace di tornare alla propria casa.

La storia di Caterina

In un dedalo si trova Caterina, giovanissima donna il cui cuore spezzato ha bloccato ogni possibilità di pensarsi come individuo. Si perde continuamente, anche se non si allontana mai dall’unico punto che sente darle sicurezza, la sua famiglia. Donna e bambina allo stesso tempo, sembra incapace di uscire dalla prostrazione profonda che ha radici possenti nell’immagine di ciò che vorrebbe essere, o meglio di ciò che sente dovrebbe essere perché qualcuno possa amarla. Così fa cauti tentativi di trovare una strada, ma ad ogni angolo sente un’ansia insopportabile, densa di giudizio esterno ed interno che la riporta sempre in linea retta al punto da cui era partita. A chi somigliare per essere forte? Intanto è importante per lei lasciare tutto ciò che le suscita ricordi, via i vecchi amici, via le uscite coi coetanei, via gli studi, via la sua età, via ogni dettaglio che apparentemente possa farla sentire ancora inadeguata. Al risveglio però nonostante tutto sia stato portato via, è il vuoto che le rimane ed un pieno portato da qualcun altro che le parla di una donna insoddisfatta che teme la ripetizione dei suoi sbagli, la madre. Un altro dedalo. Deve sostituire sua madre, deve dimostrare che non ha bisogno di altro che sia esterno alle mura domestiche, deve aggrapparsi alle pulizie, al cucinare perché è ciò che culturalmente deve fare una donna matura, coerente, che incarna un modello. Gira un altro angolo, ma è davvero questo che vuole? E se questo è il giusto, perché continua a sentirsi così sbagliata? Non dorme, piange spesso di nascosto, si veste e parla come una ragazza leggera, futile ed impalpabile, trova un altro muro, torna indietro. Si siede per terra non riesce a camminare. Il cammino è la differenza essenziale fra il dedalo e il labirinto, che nella sua forma più antica, comporta una via, un percorso, un accesso. In un dedalo, i muri sono così alti che è impossibile guardare al di sopra ed orientarsi. In un labirinto non ci sono incroci o biforcazioni, la via conduce sempre verso il centro, nonostante ogni tipo di giro e di percorso. Chi vi entra non può dunque sbagliarsi, forse è proprio cambiando il tipo di cammino che Caterina trova una risposta. Il lavoro interiore, soprattutto con qualcuno accanto che ritrovi il suo bambino perduto, diventa il suo labor intus, il labirinto simbolo del cammino che deve percorrere chi cerca la verità. Ne trova una sua, momentaneamente le è sufficiente, forse non è proprio arrivata al centro, ma riprende le forze per darsi fiducia e provare ad arrivare da sola. Intanto pensa di iscriversi di nuovo a scuola percorrendo un’altra strada, se prima il suo volersi dedicare agli altri si traduceva in un lavoro di mente e di fatica interiore, adesso ha scelto di donarsi attraverso le pietanze, facendo del cucinare la sua azione trasformativa in cui potersi riappropriare di un atto creativo, di una direzione non più soltanto da dentro a fuori svuotandosi, ma anche di una che da fuori riporti nutrimento, anche affettivo.

Coloro che entrano dalla stretta porta di un labirinto, non hanno più riferimenti esterni, seguono l’istinto che guida il loro cammino interiore, è possibile passare talmente vicino al centro senza vederlo da far sembrare infinito il tempo trascorso al suo interno. Un paio d’ali a volte rappresentano il desiderio più grande, il poter sapere senza attendere oltre. Poter immediatamente capire noi stessi ed il nostro funzionamento in un gruppo, sapere il perché delle parole dell’altro, capire cosa ciò che diciamo o il nostro sguardo provoca, perché improvvisamente ad esempio ci si perde di fronte ad una difficoltà. L’emergenza sembra metterci di fronte alle “prove mitiche” che secondo Carotenuto ogni eroe deve affrontare. Nei miti e nelle fiabe il nucleo della storia è proprio il combattimento eroico contro gli ostacoli umani e ambientali, la lotta con l’esterno che cerca di ferire e contagiare tutto ciò che è alla sua portata. E’ possibile combattere e vincere la guerra? O soltanto una battaglia? Soprattutto è davvero la vincita il senso, o è l’energia della lotta lo scopo dell’essere umano? Avvicinandosi al centro del labirinto per esserne poi allontanato, ognuno subisce un processo di maturazione in un tempo interiore diverso, nel corso del quale viene provata la volontà e la perseveranza. Un cammino in linea retta, o un tempo che sia solo cronologico, non potrebbe offrire lo stesso auspicabile risultato.