Donne artiste e attivazione simbolica

Donne artiste e attivazione simbolica

Gabriella Cinà

02 08 2016 | di Gabriella Cinà

Tratto da: L’Universo di Gaia. La scoperta della donna nel «corpo» della psicologia analitica

Ed. MaGi 2016

“La creatività femminile come risposta al trauma: donne artiste e attivazione simbolica” G. Cinà

Gaia-COVER

Mi sento un blocco di terra secca, fermo, rigido, senza vita come quel pezzo di creta laggiù 

La creta può essere rianimata, fatta a pezzi e reidratata

Davvero? Se solo avessi un martello…

Eccolo…

 

Inizia spesso così, come in questo dialogo al femminile, all’interno di una stanza di terapia, la relazione tra il travaglio interiore e un’immagine, con l’esitazione, con il tremore poco prima di fare a pezzi un blocco apparentemente secco per trasformarlo in un’opera testimone di ciò che spesso rimane indicibile troppo a lungo. Una donna, una donna artista, nel contatto profondo con la terra secca e nel gesto estremo del farla a pezzi, narra attraverso un linguaggio che scuote le viscere di chi s’imbatte nella visione delle sue creazioni. Forse perché ciò di cui l’artista si fa portatore sono le mille voci e le forze soccorritrici che ci permettono di sopravvivere alle notti più lunghe (Jung, 1922).

Che cosa succede in chi guarda quei piccoli pezzi che volano per aria?

Si sceglie di affannarsi a inseguirli tutti cercando di raccoglierli in un contenitore adeguato perché qualcosa alla fine servirà sicuramente, oppure si lasciano andare liberi, permettendo loro di posarsi ovunque, perché non tutto va trattenuto ma lasciato nel fluire vitale dell’esistenza e della psiche. Così nell’approcciarsi a un’opera di un’artista donna, siamo travolti dalla pioggia ininterrotta di frammenti della sua storia personale, ma questo non è sufficiente per spiegare quella strana tensione che è possibile avvertire dinanzi a produzioni che appartengono a una dimensione universale. Se un’opera s’impone (Jung, 1922) ciò cui assistiamo, non è il frutto di un’intenzione, ma un flusso che utilizza le mani dell’artista come “semplice” strumento di messa in forma di qualcosa che non appartiene alla sua coscienza, ma a una natura più profonda.

Afferrati da una potenza sovrumana, non siamo più individui, siamo la specie ed è la voce dell’umanità che risuona in noi. Jung

(…) Non volendo procedere in una celebrazione della donna artista come astratta divinità, né come puro strumento senz’anima, è indispensabile invece soffermarsi sulla capacità del femminile di accogliere l’esperienza dirompente della possessione dell’arte non come una dimensione interna, ma come un fornire a ciò che altrimenti rimarrebbe inespresso e latente la possibilità di emergere. Per essere opera d’arte un dipinto, una scultura, qualunque forma espressiva, deve immergersi nella vita e non soltanto raffigurarla, emergendo dalla confusione originale (Jullien F., 2004). Ciò che rende bella un’opera d’arte è la capacità del suo creatore di mettersi da parte, di scomparire, di spostarsi ed essere fuori da sé, non estraneo ma capace di esistere “presso l’altro”, permettendogli cittadinanza presso una mente vuota, un’anima libera che possa ospitare l’arte.

 

Jullien F. (2004), La grande immagine non ha forma

Jung C.G.  (1922), Psicologia analitica e arte poetica