Lo spazio e il tempo del gruppo

Lo spazio e il tempo del gruppo

Chiara de Franchis

18 04 2016 | di Chiara de Franchis

Con il termine témenos gli antichi Greci indicavano un’area di terreno che la comunità riservava al culto di un dio o alla costruzione di un santuario, un recinto che delimitava uno spazio sacro.

Usavano inoltre due parole per indicare il tempo: chronos si riferisce al tempo cronologico e sequenziale, e kairòs, un lasso di tempo indeterminato ma nel quale qualcosa di speciale accade. Mentre chronos è quantitativo, kairòs ha una natura qualitativa, è un tempo denso di significato. Filologicamente il termine kairòs nasce nell’epoca (VI e V sec. a.C.) in cui nella cultura greca l’azione umana diventa autonoma e non dipende più dalla volontà divina. Nel corso degli incontri di un gruppo psicologico, è possibile vedere il cambiamento dell’esperienza del tempo e dello spazio del gruppo. Se in principio le coordinate del setting – cioè le modalità di interazione tra i partecipanti e tra essi e i conduttori che regolano la vita del gruppo – possono essere vissute come confini costringenti, e ciò può tradursi per esempio nei ritardi di alcuni partecipanti o in qualche cellulare che suona, ma anche nel disagio di alcuni a mettersi in gioco con spontaneità, da un certo punto in poi lo spazio del gruppo diventa témenos e il tempo da chronos diventa kairòs. I membri del gruppo, ad un certo punto infatti, cominciano a sentire come di propria pertinenza la custodia del setting, il gruppo vigila sui suoi confini, a sentire lo spazio del gruppo come il recinto sacro del tempio, in cui i riti stanno a sottolineare l’importanza di ciò che si svolge nel tempio. La partecipazione è costante, attiva e consapevole, densa di significato; le assenze annunciate e vissute con il dispiacere di non esserci, gli orari sono rispettati. Siamo nel tempo denso di kairòs. Il gruppo diviene responsabile del suo spazio, lo ha interiorizzato e lo difende. Non è solo di pertinenza dei conduttori o di qualche partecipante. Se lo spazio di incontro “tiene”, se è custodito dai conduttori e dal gruppo nel suo insieme, vuol dire che è solido e costituisce riparo per chi voglia affidarvisi e farsi condurre nel proprio cammino di cambiamento. Ed è a questo punto che il gruppo psicologico dispiega davvero il suo potenziale. Va oltre la distinzione posta in apertura: chronos è diventato kairòs. Se ci prendiamo il tempo, allora le cose accadono: posso prendermi lo spazio di sentire, di esserci, di esplorare le possibilità. Stare in un gruppo psicologico significa innanzitutto prendersi il tempo dell’incontro, elogiare la lentezza. “Faremo uno spot sullo psicodramma!”, ha detto una volta uno dei partecipanti ad un gruppo da me condotto. “E come titolo ci mettiamo: Il Tempo Ritrovato”. Il riferimento era all’opera di Proust Alla ricerca del tempo perduto, alla malinconica sensazione con cui possiamo vivere sentendo spesso che la vita ci sfugge insieme al suo significato. Quel partecipante parlava anche della capacità che ha uno spazio di gruppo, costruito con la ritualità di uno spazio sacro e vissuto con l’intensità di un tempo denso di significato, di togliere al tempo cronologico il suo carattere effimero e di far sentire, a chi si trova a viverlo, di non avere perduto il tempo ma di averlo, invece, ritrovato.