“Pokémon Go”: tutto da buttare? Parte 1

“Pokémon Go”: tutto da buttare? Parte 1

Chiara de Franchis

30 07 2016 | di Chiara de Franchis

Tutti ne parlano, ma perché? Quali sono i pericoli di cui molti parlano?

Chiariamoci un po’ le idee.
Pokémon Go, è un gioco per lo smartphone, l’app è scaricabile gratuitamente. Lo scopo del gioco è quello classico della saga Pokémon (non badate all’accento, si pronuncia pòkemon): acchiappare i piccoli mostri tascabili (POKEt MONsters, ecco da dove viene il nome), allenarli, potenziarne le capacità e sfidare gli avversari. Ma in più, sovrappone una mappa virtuale a quella reale rilevata dal GPS del nostro telefonino. Quindi, in sostanza, il campo di gioco è il mondo circostante, la ricerca dei Pokémon e le altre azioni di gioco avvengono utilizzando come ambientazione i riferimenti dei luoghi reali, il quartiere, i monumenti, i parchi, la città. Se poi abilitiamo l’utilizzo della fotocamera, vedremo sullo schermo alcuni degli elementi del gioco collocati nel campo di realtà che stiamo inquadrando.

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Appena scaricata l’app, per esempio, si può catturare un Pokémon nel salotto di casa. In molti si stanno divertendo a condividere online screenshots (cioè immagini del gioco sul proprio schermo) in cui i Pokémon si trovano in situazioni comiche o paradossali: in groppa al proprio animale domestico, sul wc, in padella.
Se ci pensiamo un po’ su, siamo già abituati a tecnologie che utilizzano lo stesso principio, detto di “realtà aumentata”: esplorare la città o riconoscere le costellazioni nel cielo puntando lo smartphone, ne sono esempi quotidiani. Ma anche guidare l’auto usando le informazioni provenienti dal cruscotto.      Ciò che chiamiamo realtà aumentata, cioè, “aggiunge” informazioni multimediali alla nostra percezione sensoriale.
Qui la realtà aumentata è applicata ad un gioco. E non è neanche la prima volta, ne esistevano già altri, di successo importante. Perché questo interesse mondiale allora?

Potremmo dire perché i tempi sono ormai maturi per una diffusione di massa; la realtà aumentata è a portata di mano (è il caso di dirlo). La mente dell’uomo contemporaneo riconosce lo smartphone come prolungamento del proprio campo di percezione e di conoscenza, in maniera sempre più “naturale”. Può sembrare un paradosso, ma se ci pensiamo è il processo a cui andiamo incontro ogniqualvolta una tecnologia diventa di uso quotidiano, dagli occhiali da vista al computer. Ecco perché le applicazioni che utilizzano questa tecnologia diventano sempre più popolari. E sono destinate ad avere ancora più spazio e le finalità più disparate.

Quali sono i pericoli di cui molti parlano?

Si è diffusa una certa preoccupazione circa i pericoli cui va incontro il giocatore che, concentrandosi sul gioco, rischi di distaccarsi dalla realtà circostante. Al proposito si tenga presente che non si tratta di “realtà virtuale”, in cui gli elementi percettivi aggiunti o esclusi elettronicamente sono preponderanti. La persona che gioca a Pokémon Go non si trova quindi “immersa” in una situazione in cui le sue percezioni naturali sono “sostituite” da quelle mediate dal gioco, ma continua invece a percepire normalmente la realtà fisica circostante, alla quale si affianca qualche elemento aggiuntivo. Il rischio è quello connesso all’utilizzo di molti dispositivi, e vale anche per chi cammina ascoltando la musica in cuffia, o peggio per chi guida usando lo smartphone ed è bene ricordare di usare sempre la massima prudenza e concentrazione. In particolare, proprio Pokémon Go non è un gioco che assorba molto il giocatore. Anzi molti lo trovano decisamente lento e affermano che sostanzialmente non accada quasi mai nulla.

Si è parlato del pericolo di dipendenza patologica. Facciamo una distinzione importante.

Chi si occupa di dipendenze da gioco sa che esse si differenziano moltissimo per il tipo di gioco. Pokémon Go non implica un comportamento di gioco che dia alta gratificazione premiante (come la vincita ad una scommessa, per intenderci), che stimoli quindi la “ricerca di sensazioni”. Non si tratta neppure della ripetitività rapida e coattiva di un gesto, come nel gioco delle slot-machine per esempio. La dipendenza che si può riscontrare in questo gioco è la dipendenza patologica da tecnologia, che troviamo in coloro che passano una ingente quantità di tempo ad uno o più dispositivi, continuamente “connessi”, che vivono su internet la maggior parte della propria vita di relazione e che non riescono a farne a meno senza sperimentare sintomi di disagio sia somatico che psicologico, che li spingono a ricercare nuovamente tali comportamenti.

Chi è dipendente, spesso è dipendente da più comportamenti contemporaneamente o in momenti diversi della vita, talvolta anche da sostanze o è invischiato in comportamenti alimentari alterati. Ciò evidenzia un quadro generale di tendenza alla dipendenza, ed ha i suoi indicatori di rischio patologico nelle ridotte capacità di riconoscimento, espressione e gestione delle emozioni proprie ed altrui (alessitimia), nelle ridotte competenze relazionali, nel progressivo isolamento sociale.
Se riscontriamo in qualche soggetto segni di dipendenza da gioco, anche nel caso di Pokémon Go, ci troviamo sicuramente in un quadro simile, clinicamente rilevabile attraverso una valutazione psicologica e che richiede una presa in carico terapeutica presso professionisti specializzati. È il quadro psicologico di personalità che induce a comportamenti dipendenti; attenzione ad invertire il rapporto tra i fattori di causalità ed a criminalizzare un gioco, soprattutto se esso non presenta le caratteristiche di eccitazione e ripetitività viste prima.
Le descrizioni che seguono sono frammenti di storie reali, raccontati da persone vere (i nomi, per ovvie ragioni di privacy, sono di fantasia). [Segue nella seconda parte].