“Pokémon Go”: tutto da buttare? Parte 2

“Pokémon Go”: tutto da buttare? Parte 2

Chiara de Franchis

30 07 2016 | di Chiara de Franchis

Sentiamo l’altra campana.

Chi lo apprezza lo descrive come una gigantesca caccia al tesoro o ruba-bandiera collettiva, in cui viene sollecitata la curiosità della ricerca, la sfida della competizione tra giocatori-allenatori di Pokémon, il potenziale socializzante della condivisione di un intrattenimento diffusissimo. Sì, socializzante. Questi frammenti di storie sono veri, raccontati da persone vere (i nomi sono di fantasia).

Melania scopre il parco vicino casa, mai frequentato prima, perché è un “punto di interesse” segnalato da Pokémon Go. Ne scopre la bellezza, la pace ed il fresco nell’afoso luglio cittadino, e lì fa conoscenza con la vicina di casa coetanea, con la quale scambia ben presto opinioni ed idee che vanno al di là del gioco e con la quale progetta di attivare una piccola rete di giovani per ripulire e sorvegliare i luoghi belli del quartiere.

Dario va quasi tutti i giorni al Giardino Inglese (noto parco di Palermo), sapendo bene che lì troverà gli altri. Alcuni li conosceva già, altri no. Giocano un po’, si scambiano consigli e informazioni sul gioco e poi quasi sempre restano insieme anche dopo.

Valerio sfida molti “allenatori di Pokémon” avversari, incontrandosi con tante persone nelle “palestre Pokémon” che scova in giro per la città. Sono spesso diversi da lui, per istruzione, livello economico, età. Racconta di sfide caratterizzate sempre da grande fair play, di incontri piacevoli e divertenti. Da alcuni ha imparato qualcosa sulla strategia di gioco che non aveva ancora capito.
Tutto da buttare via, allora? O innovazione entusiasmante? Nessuna delle due posizioni, naturalmente. L’attenzione globale che Pokémon Go ha suscitato e l’inquietudine sollevata derivano da almeno tre ragioni (che ne siamo consapevoli oppure no):

Uno.

La “realtà aumentata” altera il nostro orizzonte delle percezioni e di realtà, dobbiamo cominciare a farcene una ragione e prepararci a studiarne le implicazioni psicologiche. Non è futurologia, è il presente ed il prossimo futuro. “Inconsapevoli”, dice Umberto Galimberti, “ci muoviamo ancora con i tratti tipici dell’uomo pre-tecnologico, che agiva in vista di scopi inscritti in un orizzonte di senso […]. Ma la tecnica non tende ad uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità: la tecnica funziona”. Ed il suo funzionamento è oggi planetario, e ci obbliga a rivedere il nostro rapporto con la realtà e con noi stessi.

Due.

Quale spazio diamo alle nuove tecnologie nella nostra vita quotidiana? Quanto ne siamo “dipendenti”, seppure in senso sub-clinico, cioè non patologico in senso stretto? Quanto le preoccupazioni che hanno colpito l’opinione pubblica riguardano proprio noi stessi ed il rapporto con internet, i motori di ricerca come Google, le miriadi di “app” che utilizziamo ogni giorno, i social ed il tempo che dedichiamo loro? Quanto della nostra vita relazionale e delle rappresentazioni di noi stessi, dell’altro e del mondo è filtrato e mediato da questi dispositivi? Sentiamo tutti, in misura maggiore o minore, più o meno consapevolmente, che tali interrogativi ci riguardano personalmente.

Tre.

Possiamo chiederci, infine, perché le nostre città non attraggano abbastanza le persone fuori dalle proprie abitazioni, o non lo facciano più. È una riflessione sociale e politica, molto seria. I luoghi di condivisione sono global, le spinte aggregative sono global. Anzi, come abbiamo visto, Pokémon Go ha forti aspetti “local”. Moltissimi, giovani e giovanissimi soprattutto, in tutto il mondo passano tanto tempo con il naso incollato ad uno schermo elettronico. Un gioco li chiama ad alzarlo sul mondo circostante, a spostare il gioco multiplayer dalla stanza di casa alla città, ad interagire con persone reali nel mondo reale. Ma non risolve la questione, anzi la solleva e la porta all’attenzione di tutti.