“Capire qualcuno, mettendosi al suo posto”

“Capire qualcuno, mettendosi al suo posto”

Chiara de Franchis

22 01 2017 | Tag:, , di Chiara de Franchis

Viola ha 14 anni, capelli colorati di azzurro acceso, cappellino con visiera e giacca militare, pantaloni strappati e occhi truccati con una spessa riga nera che li fa sembrare ancora più grandi e rotondi. È carina, magra, non molto alta, le mani nascoste nelle maniche e un’espressione visibilmente contrariata. Arriva in studio portata dai genitori. Appaiono molto preoccupati, dichiarano la propria incapacità a gestire il problema, ne sono, mi sembra, spaventati. Raccontano che da circa sei mesi la figlia sembra ossessionata dall’idea di perdere peso e di essere più magra, riduce la quantità di cibo, viene sorpresa a vomitare dopo i pasti, pratica che dice di aver imparato da un film che mostrava delle indossatrici farlo per controllare il peso.

Viola parla appena, ma se le chiedo la sua opinione, protesta con veemenza.

Non sono troppo magra!… Voglio solo dimagrire un po’!!! Ho smesso di vomitare! Non c’è un problema!!

Accetta tuttavia di fare dei colloqui, e di fare degli incontri anche con il dietologo con cui collaboro.

È sottopeso, ma si sente e percepisce grassa. Già da alcuni anni si preoccupa della forma del proprio corpo, si confronta con le compagne di danza e, a scuola, con una compagna, stupida ma bella, alta e sottile.

Emerge durante un colloquio il ricordo di un passato più bello, in cui si sentiva bene e felice, suo padre era un idolo e si sentiva amata. Poi, non sa spiegarsi come, tutto è cambiato: si sente sbagliata, inadeguata, lo sguardo del padre pare rivolto altrove o irato contro di lei. La madre è affettuosa ma molto ansiosa, spesso controllante e incline alle sfuriate, con tanto di minacce che però poi non mantiene.

 

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Viola non sa dare un nome ai sentimenti che prova, non riesce nemmeno a descrivere cosa sente. Solo un punto del corpo sembra essere protagonista, la bocca dello stomaco: lì sente fisicamente moltissime sensazioni, dal bruciore causato dall’ingerire un cibo calorico, al gonfiore di quando vuole urlare o scappare, alla sensazione di “stretta” che le da sentirsi compresa da una mia frase.

Un pomeriggio porta in seduta una lite con la madre, avvenuta per mezzo di sms. Le è stata data una punizione perché non mangia, la madre le vieta di uscire, i toni sono accesi. Propongo a Viola di rappresentare lo scambio di sms con la madre utilizzando una sedia vuota. Nel gioco psicodrammatico, lei reciterà entrambi i ruoli, spostandosi da una sedia all’altra. Quando la invito a prendere il ruolo della madre e a dare voce, con un soliloquio, a ciò che non dice negli sms, la bocca dello stomaco brucia e le viene da dire di getto:

Ho paura di essere una madre inadeguata. Forse sei malata per colpa mia. Ho paura di non saper fare di meglio. Ho terrore di sbagliare qualunque cosa io faccia.

La seduta lascia Viola molto colpita, per la sensazione di verità ma anche di sorpresa sperimentata: “non sapevo che mia madre avesse paura per me”. Il bruciore si calma.

Nel percorso terapeutico con Viola, la sedia è tornata tante volte a rendere dicibile ciò che sembrava non conosciuto, e a dare voce alla bocca dello stomaco. Viola farà spesso riferimento a quella prima scena psicodrammatica, con le parole: “Capire qualcuno mettendosi al suo posto”.

 

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